| Federigo Tozzi era uno scrittore che nacque a Siena il 1 gennaio 1883 da una famiglia di agricoltori che si era trasferita in città. Il padre, Federico, gestiva una trattoria nel centro di Siena, chiamata “Il sasso” all’arco dei Rossi ed era un uomo autoritario e violento. La madre Annunziata morì quando lo scrittore aveva soltanto dieci anni. A scuola non ebbe vita facile: terminate le elementari, il padre lo iscrisse in un collegio vescovile, dal quale il giovane Federigo venne espulso per cattiva condotta. Lo stesso accadde nella scuola di belle arti che il ragazzo decise in seguito di frequentare, e fu così che si iscrisse a vari istituti tecnici sia a Siena che a Firenze fino ad ottenere un titolo di studio. In gioventù fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse a stare al buio per diversi mesi. Con il padre ebbe un rapporto molto difficile: il genitore, non sopportava che Federigo perdesse tempo con la lettura, piuttosto che aiutarlo nel lavoro in trattoria e nei campi. Molti anni dopo Federigo scriverà questo brano, dal quale emerge il suo amore per i libri e il suo rapporto con il padre: “Da ragazzo mi compravano pochi libri. Mio padre voleva ch'io non leggessi; e, con la scusa che mi sarei sciupato gli occhi, non cavava mai un soldo di tasca. Quei cinque o sei che avevo, li tenevo insieme con la biancheria; e m'avveniva che, quando tiravo il cassetto per prendere una camicia o altro, ne aprivo uno e leggevo senza muoverlo dal suo posto. Ma, un capodanno, la mia donna si decise a comprarmi per regalo, avendo io insistito fin da un mese prima, quel libro del Verne che si chiama Nel paese delle pellicce. Io cominciai a leggerlo, ma non andavo mai in fondo, perché tornavo sempre alle pagine a dietro. Finalmente, dopo un tre mesi, giunsi all'ultima pagina come se quelle avventure fossero toccate a me. E più d'ogni altra cosa, forse, mi rimase a mente una figura dov'era un orso che voleva entrare dentro una capanna. Tutte le volte che ho visto orsi veri, ho sempre pensato a quello; e come, guardandolo, per un bel pezzo mi scuotevo e mi smuovevo tutto.” Federigo ebbe una vita instabile: alla ricerca di un lavoro sicuro si recò a Roma con la moglie Emma, anche lei scrittrice, e qui fece il giornalista per un certo periodo, poi lavorò in un Ministero. Dopo qualche anno vinse un concorso alle Ferrovie dello Stato e da Roma si trasferì a Pontedera, vicino Pisa; da lì, infine, fu trasferito a Firenze. Morto il padre, ereditò i tre poderi che quegli aveva acquistato nella campagna di Siena e decise così di lasciare il lavoro per dedicarsi all’azienda familiare. Non interruppe mai, tuttavia, i rapporti con la letteratura: collaborò con diverse riviste letterarie, fondandone egli stesso una, “La Torre”. Durante la I° Guerra Mondiale fu volontario nella Croce Rossa. Morì a Roma nel 1920 all’età di 37 anni, a causa di una polmonite. I suoi romanzi più famosi sono Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere. |